AGRICOLTURA E ARTIGIANATO

L'economia selinuntina, come in genere l'economia coloniale greca di Occidente, presuppone il progressivo dominio sul mondo indigeno. Certamente all'interno della società cosiddetta libera di Selinunte si può parlare di un'aristocrazia terriera, riuscita ben presto a porsi alla testa della polis, e di un mondo dedito all'artigianato e al commercio, che dovette progressivamente svilupparsi.

L'agricoltura e le attività artigianali

Poiché un ruolo fondamentale ebbero il possesso e la coltivazione delle terre, si spiega come l'importanza, il numero e l'evoluzione dell'attrezzatura necessaria alla trasformazione dei prodotti siano ben documentati. Le macine servivano essenzialmente a macinare il grano, che veniva conservato in casa e macinato a seconda del fabbisogno familiare, e le olive. Le più arcaiche non erano che pietre dure, generalmente laviche, di forma ovale, con una faccia piana atta alla macinazione e una parte convessa che ne permetteva l'impugnatura. Progressivamente si trasformarono in una struttura più complessa e meccanica, costituita da due elementi essenziali: il "maschio" (un cono di pietra lavica) sul quale veniva ad inserirsi la "femmina" (che ruotando stritolava, riducendoli in polvere, il grano o le olive).

Per fare e conservare il vino in casa si usavano torchi e anfore vinarie. La lavorazione della lana è attestata dal numero quasi illimitato, che gli scavi a Selinunte hanno restituito, dei pesi da telaio, piccole piramidi di terracotta, alte pochi centimetri, atte a tendere i fili. Filatura e tessitura si facevano a casa e forse erano una delle maggiori attività dell'artigianato. Se Pindaro definì la Sicilia ricca di armenti, non si può escludere che anche a Selinunte la lavorazione delle pelli sia stata rilevante. Le attività artigianali interessarono essenzialmente il lavoro dell'edilizia (manodopera specializzata, architetti, maestranze), i diversi oggetti di terracotta prodotti in officine che sino alla fine del VII secolo a.C. lavorarono solo per il mercato locale (dopo quella data le ceramiche più pregiate furono importate dalla Grecia continentale e dall'Est), e la lavorazione dei metalli, coi quali si fabbricavano gli utensili di ferro e si coniavano le monete.

Gli attrezzi agricoli

L'agricoltura dovette essere esclusivamente manuale, si servì cioè della forza dell'uomo e dell'animale; la manodopera fu presa da quell'immensa riserva costituita dal mondo indigeno. Gli arnesi manuali usati per rivoltare la terra erano l'aratro (leggero, con una specie di uncino che sopportava il peso dell'uomo, tirato da uno o due buoi, adatto a fendere la terra fino a pochi centimetri di profondità), zappe più o meno larghe e affilate, i bidenti; per spostare la terra venivano usati essenzialmente la vanga e la pala. Falce, falcetta e forca usavansi per tagliare il fieno e il grano; la roncola a lama adunca per potare e tagliare i rami.

Se da un lato è stato sottolineato (dal Beloch) che la vita dei Greci era essenzialmente cittadina, dall'altro si deve ammettere che la colonizzazione greca in Sicilia provocò il passaggio dal paesaggio naturale al paesaggio agrario. Si deve sottolineare l'importanza che dovettero avere le strade, che erano l'articolazione stessa del rapporto fra la città e la campagna; ed è vero che, almeno per il periodo arcaico, la maggior parte della popolazione che coltivava i campi viveva nella città.

Le colture

Doveva essere di regola, sia nelle pianure che sulle colline, l'associazione delle colture dei cereali, degli olivi, della vite. L'importanza della coltura dei cereali è connessa alla forte presenza del culto di Demetra e Core a Selinunte; peraltro il frumento e l'orzo selinuntini sono citati nelle fonti storico-letterarie. Quando Nicia, secondo Tucidide, tentava di dissuadere, invano, gli Ateniesi dall'intraprendere la spedizione in Sicilia, aveva certo presente, oltre che Siracusa, anche Selinunte, sua alleata, fra le città che non avevano bisogno di importare cereali.

Il sistema della coltura della vite doveva essere quello, praticato ancora oggi, della vite bassa allineata e isolata. La vinificazione era piuttosto rudimentale: per stabilizzare i vini e togliere le imperfezioni del gusto e dell'odore, si usava spesso l'acqua di mare in proporzione fino a un terzo, o il miele (circa un quarto), e soprattutto i mosti erano trattati con addizione di resina o di pece. L'olivo fu introdotto nel territorio selinuntino dagli stessi coloni greci o, più probabilmente, dai Punici. Nel primo periodo coloniale, data la vastità delle terre da sfruttare, la rotazione agraria dovette essere sconosciuta; in seguito la coltivazione dei cereali dovette essere alternata con quella di leguminose, specialmente delle fave.

Degli alberi da frutto, peri, fichi, melograni dovettero essere presenti nella campagna selinuntina, essendo la loro importanza ben documentata nei riti funebri e religiosi; e forse anche il mandorlo. Un paesaggio boschivo dovette esistere nel territorio selinuntino, con lupi, orsi e soprattutto cinghiali e cervi; i boschi venivano sfruttati per il legno e per il pascolo.

L'allevamento

Per arare le terre destinate alla semina veniva impiegato il bove, dopo essere stato castrato. Gli agricoltori ignoravano l'uso del collare e si servivano di gioghi fissati alle corna o sulle spalle, e la trazione si faceva unicamente tramite il timone; normalmente i buoi lavoravano a coppie. Diffuso dovette essere l'allevamento dei cavalli, detti appunto "greci": leggeri ed eleganti e perciò non sottoposti ai lavori quotidiani ma destinati alla cavalleria. Di una forte cavalleria doveva essere dotata Selinunte, come si può dedurre dalle pagine in cui Tucidide narra la spedizione greca in Sicilia.

Il mulo dovette avere un ruolo importante come mezzo di trasporto delle persone e, mediante l'uso del basto, soprattutto delle derrate. L'asino dovette essere impiegato sia per girare la mola che per tirare l'aratro nelle terre leggere e per trasportare al mercato i prodotti delle piccole aziende. Maiali (alimentati con ghiande di quercia), pecore e capre dovevano essere numerosi, il pelo di queste ultime serviva per fabbricare tessuti grossolani; è infatti accertato il ruolo essenziale della pastorizia nell'economia delle città sicelliote.