L’estrazione
Alle Cave di Cusa i blocchi di calcarenite venivano prima delineati con colpi di piccone attorno al pezzo da estrarre, poi staccati dalla roccia madre con cunei di legno bagnati che si espandevano, esercitando una pressione sufficiente a separare il blocco. I pezzi, già quasi completamente rifiniti in cava, erano più facili da trasportare che non blocchi grezzi.
Il trasporto
I blocchi venivano trascinati su slitta o carrello fino al mare, poi imbarcati su natanti per essere trasportati lungo la costa fino al porto di Selinunte. Qui riprendevano il percorso via terra fino al cantiere. Per le colonne del Tempio G, alte oltre 16 m., era necessario un ingente numero di buoi e di operai.
La messa in opera
Sul cantiere i blocchi venivano rifiniti e posizionati con l’ausilio di macchine da cantiere: argani, leve e gru primitive. Le colonne erano assemblate sommando i singoli tamburi, uniti da perni centrali in metallo o legno. I giunti tra i blocchi non prevedevano malta: la precisione del taglio garantiva la tenuta. La fase finale prevedeva la stuccatura, la pittura e la posa dei rivestimenti in terracotta dipinta.
«L’improvvisa interruzione dei lavori alle Cave di Cusa nel 409 a.C. ha lasciato una testimonianza unica al mondo: un cantiere antico bloccato nell’istante esatto della distruzione.»
